Cenni storici culturali su Pienza
Il nome “Pienza”, come tutti sanno, significa “la Città di Pio” e senza alcun dubbio, fra i progetti che il Piccolomini concepì una volta divenuto papa, quello legato alla costruzione della “sua città” fu l’unico che poté essere condotto a compimento.
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Le ragioni che lo spinsero ad intraprendere un’impresa così ambiziosa e significativa furono molteplici e di varia natura.
Gli storici che si sono occupati della nascita di Pienza ne enumerano sostanzialmente tre:
il grande amore che Enea Silvio Piccolomini custodì intatto nella sua intensa e movimentata vita per
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questo luogo che gli aveva dato i natali; il forte risentimento che aveva ereditato dal padre e dal nonno verso la città di origine, a cui desiderava contrapporre il segno visibile della sua rivincita;
l’idea di tradurre in un risultato concreto il concetto di “città ideale” elaborato nell’antichità e ripreso e sviluppato nel suo tempo dalla cultura umanistica, di cui lui medesimo era autorevole rappresentante.
Queste tre ragioni, che probabilmente finirono per essere alla base del suo disegno, sostennero la grande determinazione con cui Enea, nonostante i problemi grandi ed urgenti da risolvere nella veste di Pontefice e con una salute ormai perduta, volle portare a termine il progetto intrapreso.
Ci sono disegni che si possono realizzare soltanto se, fra le altre umane ragioni, si impone la forza dell’utopia.
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Pienza, per quanto riguarda una certa epoca, risponde indubbiamente ad uno di questi.
I movimenti neoplatonici, di cui fecero parte insieme al Ficino tutti gli amici di Enea, dal Fidelfo al Bruni, dal Guarino al Bracciolini, dal Cusano all’Alberti e fino allo stesso Rossellino, |
indagarono appassionatamente sui testi antichi alla ricerca di una strada che conducesse alla riconquista di un equilibrio nuovo da parte dell’uomo, estremamente inquieto tra il richiamo della terra ed il fascino misterioso del cielo.
Si discutevano molto allora le antiche scritture di profezia e ristudiavano gli antichi trattati di astrologia, astronomia e geografia.
Lo stesso Piccolomini fu autore di importanti opere tenute nell’epoca di grande conto, tanto è vero che anche Cristoforo Colombo portava con sé, nei grandi viaggi, una copia della sua cosmografia.
Ma la figura dell’antichità più indagata e circondata da un’alone di prestigio e mistero, fu quella di Ermete Trismegisto che riassumeva in sé, meglio di ogni altro, la traduzione profetico-religiosa dell’antichità; tanto che i senesi non trovarono di meglio che disegnare col marmo la sua immagine nel pavimento del Duomo di Siena.
Nell’Asclepius, antico testo del Corpus Ermeticum, si alimenta il mito della “città ideale” sviluppato poi incessantemente nelle epoche successive a partire da Filerete fino a Campanella:
“…. Un giorno gli dei che esercitano il loro dominio sulla terra saranno restaurati ed installati in una città che sarà fondata in direzione del sole che tramonta e nella quale accorrerà, per terra e per mare, l’intera razza dei mortali…..”. Ma gli umanisti del ‘400 non si accontentarono di studiare solo il passato. Fra di loro era già presente l’ipotesi della teoria eliocentrica, si risvegliava l’interesse per la matematica. Nei circoli umanistici si ritrovavano: il filosofo, il letterato, l’architetto; tutti uniti nell’interesse per lo studio dei segni presenti nel cielo, dai quali, come insegna l’antica tradizione che trova origine da Zorastro fino a Pitagora, erano deducibili figure geometriche e numeriche.
Come non ricordare a questo proposito che l’astrologia rinascimentale giunse presto a far proprio lo spirito scientifico dell’astrologia e della matematica, al fine di comprendere la posizione dell’uomo nell’universo.
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Posizione che un altro grande umanista, divenuto presto neoplatonico, come Pico della Mirandola (che era ancora infante quando Pienza fu finita) precisò eloquentemente: “… non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice, ti plasmassi |
e ti scoprissi nella forma che avresti scelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai rigenerarti, secondo il tuo volere, nelle cose superiori che sono divine…”.
Pienza dunque fu concepita idealmente e progettata concretamente in un contesto storico, culturale e filosofico in movimento, abitato da grandi speranze e grandi suggestioni, nel quale gli artisti e gli intellettuali in genere potevano ancora esprimersi con maggiore creatività e tolleranza di quanto non sarebbe stato possibile più tardi; allorché un altro Piccolomini arcivescovo di Siena, Francesco Bandini Piccolomini sentì come proprio dovere quello di mutilare le opere di Enea Silvio, cambiando stili, contenuti e perfino il nome del suo autore.
Ogni età ha avuto le sue tragedie e la cultura cartacea ne ha fatto spesso le spese. Pienza fu costruita fortunatamente in pietra e ciç le consentì meglio di ogni altra opera d’arte di rappresentare e raccontare il sogno dell’umanesimo, animato come fu dalla speranza di scoprire forme nuove e perfette, da cui far rinascere la sapienza antica. |
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